"chi fa da sé fa per 3"

Questo blog è nato come un blog di controinformazione dopo il sisma del 6 aprile 2009. Ora che i riflettori su L'Aquila si sono spenti e l'unico terremoto che investe la città è quello della crisi generata da questo sistema capitalistico che deve essere rovesciato, esso rimane in vita per dare voce ai senza voce, a coloro che, pur vivendo e lottando in questa città, non trovano spazio nei media, anche se si definiscono "liberi e indipendenti"

lunedì 18 gennaio 2010

Gli Usa invadono Haiti

Gli Usa invadono Haiti. I parà schierati nelle strade per evitare assalti e saccheggi

Mobilitazione negli Usa a sostegno della popolazione haitiana

Il popolo haitiano ha bisogno di aiuti di emergenza
Non di repressione ne’ di più dominazione

tradotto da Revolution, giornale del PCR USA
a cura di proletari comunisti - Circolo di Taranto, Via Rintone 22, 3475301704

Gli occhi del mondo hanno sotto gli occhi le scene di orrore che vengono da Haiti e addolorano tutti. Gente di tutto il mondo sta cercando di aiutare il popolo haitiano in ogni modo possibile. Nel frattempo il tempo corre mentre le persone muoiono letteralmente sotto le macerie e nelle strade per mancanza di assistenza medica, acqua, cibo, ricoveri.
I mezzi per soccorrere e aiutare il popolo haitiano ci sono! I governi del mondo devono fornirli immediatamente. Mentre alcuni governi abbiano inviato medici e altri soccorsi, giovedì mattina gli Usa si sono preoccupati di mandare paracadutisti e assicurare l'area militarmente. Ora Obama ha promesso cento milioni di dollari, ma la preoccupazione del governo statunitense è soprattutto mantenere l'ordine statale repressivo e controllare e/o reprimere l'iniziativa e gli sforzi delle masse per affrontare questa situazione orribile (100 milioni di dollari è meno del 1 % della spesa militare annui degli Usa in Irak e Afghanistan).
QUESTA E' UN'EMERGENZA UMANITARIA E BISOGNA TRATTARLA COME TALE.
Si deve aiutare non reprimere il popolo haitiano. I mass media ufficiali, come già fecero durante l'uragano Katrina, stanno descrivendo il popolo haitiano come animali e criminali. In realtà ad Haiti, come a New Orleans durante l'uragano Katrina, le masse in generale si stanno mobilitando per occuparsi collettivamente della loro situazione. Tutti i programmi di aiuto devono appoggiare questi sforzi.
Il disastro di Haiti non è né il risultato della presunta “volontà di Dio” né è colpa del popolo haitiano. E' il risultato di secoli di dominazione, occupazioni e isolamento imperialista. I giornalisti parlano della povertà di Haiti ma non dicono perché Haiti è tanto povera.
Pochi sanno che Haiti fu teatro dell'unica rivoluzione vittoriosa degli schiavi nella storia, quando i discendenti eroici degli schiavi africani cacciarono l'esercito francese, il più forte del mondo in quell'epoca.
Pochi sanno che le più grandi potenze del mondo, specialmente gli Usa, che a quei tempi temevano l'influenza di Haiti sui propri schiavi, e la Francia, si accanirono in una politica di isolamento e impoverimento di Haiti. Pochi sanno che i marines USA hanno occupato Haiti per quasi 20 anni agli inizi del 20° secolo, reprimendo la lotta di liberazione e installando al potere i propri fantocci. Pochi sanno che a metà del secolo 20° gli Usa sostennero il famigerato feroce tiranno “Pada Doc” Duvalier e poi suo figlio “Baby Doc” e pochi sanno che hanno in ultimo cospirato per rovesciare il presidente popolare Jean-Bertrand Aristide, negli anni '90 e di nuovo pochi anni fa, nel 2004.
In altre parole, il fatto che il popolo haitiano viva in condizioni orribili e che oggi deve affrontare questo disastro con poche più che le proprie mani, e contro un insieme di relazioni sociali repressive, è il risultato di un sistema mondiale.
Tutti i giorni nel mondo, come risultato di questo sistema, miliardi di persone soffrono la fame e molti rischiano di morirne. Centinaia di milioni di bambini sono obbligati a lavorare come schiavi e a vivere in quartieri poveri in mezzo all'immondizia e alle fogne. Ondate di immigrati senza possibilità di vivere nella propria terra attraversano il mondo in cerca di lavoro e, quando lo trovano, sono costretti a lavorare fino allo stremo e a vivere nell'ombra con la paura costante di essere deportati e vedere la propria famiglia distrutta.
Oggi un numero crescente di persone non riesce a trovare un impiego e molti stanno perdendo la casa e il lavoro, mentre altri sono costretti a rompersi ancora di più la schiena. Tutti sono invitati e indotti a consumare sempre di più, al costo di un debito sempre maggiore e della perdita di ogni senso o significato superiore della vita, e di più profonde relazioni con gli altri esseri umani. Molti sono spinti sull'orlo del precipizio. Un numero crescente di persone è già al limite e spesso sprofonda nella cieca disperazione.
Oggi, questo sistema sta peggiorando ancora di più un disastro già terribile. L'imperialismo non è la causa materiale del terremoto, ma è il sistema imperialista che impone come rispondere a questo terremoto.
In conclusione: questo non è il migliore dei mondi possibile.
Non dobbiamo vivere così.
E' con la rivoluzione che si mette fine a questo sistema e dare vita ad uno molto migliore.

giovedì 3 dicembre 2009

Subappalti non autorizzati, la gestione opaca di Bertolaso

La gestione opaca di miliardi di euro da parte del Dipartimento di Protezione civile non è più solo un problema di trasparenza, di infiltrazioni criminali o di commistione tra Affari & Politica.

Ormai assume i contorni di un sistema ben oliato che consente ad amici e amici degli amici di spartirsi la ricca torta dell’emergenza e della ricostruzione. Un sistema che permette di aggirare regole e norme dello stato di diritto e operare, con il pretesto dell’emergenza, in deroga a tutto, anche alla Costituzione.

Un sistema che, all’occorrenza, interviene persino per aggirare ed eludere i controlli. Vediamo come tutto ciò è reso possibile dalla Protezione civile targata Bertolaso.

Sempre peggio. La gestione dell’affare bagni chimici e le forniture di beni e servizi della prima emergenza, le modalità in cui sono avvenuti i ritiri dei certificati antimafia a varie ditte (tra cui l’Impresa Di Marco srl), il subappalto senza gara a una ditta del senatore nonchè coordinatore del Pdl in Abruzzo Filippo Piccone, l’inchiesta della Procura di Pescara sulla realizzazione degli uffici Asl di L’Aquila oppure quella sulla costruzione della nuova Casa dello studente da parte della regione Lombardia, sono tutti casi che presi singolarmente fanno pensare a qualcosa che non funziona per semplice incapacità di chi gestisce e coordina. Ma se si prova a guardare il problema da un’altra ottica, cioè se si ipotizza che invece il sistema messo in piedi a L’Aquila è stato plasmato dal Dipartimento di Protezione civile proprio per poter ottenere questi effetti, allora ci si rende conto che il sistema funziona alla perfezione. E il panorama che emerge è da far tremare i polsi.

Limitiamoci, a titolo di esempio, ad analizzare quello che sta succedendo intorno all’affare al momento più grosso, quello che ruota intorno alle centinaia di milioni di euro del Progetto CASE.

Subito dopo la scossa del 6 aprile il Dipartimento esautora gli enti locali dei loro poteri, disarticola le forze dell’ordine nelle loro funzioni e - dopo averlo spopolato di gran parte dei suoi abitanti - militarizza il territorio. Contemporaneamente, la Protezione civile avvia il Progetto CASE e assegna appalti per centinaia di milioni di euro per la costruzione di 4.700 nuovi alloggi. Lo fa senza coinvolgere gli enti locali e in deroga a tutto: leggi urbanistiche, Piani regolatori, Piani paesistici e - soprattutto - alla legge sugli appalti.

Lo fa utilizzando due poteri che gli vengono concessi in nome dell’emergenza: il Potere di Ordinanza, cioè scrivendosi le leggi da sola, e il Potere di di Deroga, cioè eludere le altre leggi vigenti. Soprattutto può farlo senza passaggi parlamentari e senza controlli, nemmeno della Corte dei Conti. Un sistema di poteri straordinari fuori da ogni controllo che - se non viene maneggiato con cura o se viene posto nelle mani sbagliate - può portare a esiti imprevedibili e produrre il disastro.
Un caso emblematico, dicevamo, è quello del Progetto CASE. Il Dipartimento elabora il progetto e dispone il bando di gara a cui - per la sua stessa natura e per i tempi stretti di realizzazione - possono rispondere solo poche ditte.

Contemporaneamente con apposita ordinanza il Dipartimento aumenta le opere subappaltabili dal 30% fino al 50% dei lavori: il risultato pratico e che così la metà dei finanziamenti vengono assegnati senza alcuna gara, per affidamento diretto.
A denunciare le prime presenze sospette nei cantieri sono articoli di stampa e scatta così l’allarme sul rischio infiltrazioni ma, di fatto, non si forniscono alle forze dell’ordine gli strumenti di controllo per le verifiche delle ditte impegnate nei cantieri e quelli previsti nel decreto non vengono resi operativi.

Le “Linee guida” indicate dal “Comitato di coordinamento per l’alta sorveglianza delle grandi opere“ e persino l’allaccio telematico della prefettura alle Banche dati del CED non arrivano o arrivano con forte ritardo. Strumenti fondamentali quali la “Anagrafe informatica di elenchi di fornitori e prestatori di servizi non soggetti a rischio di inquinamento mafioso” - cui dovrebbero rivolgersi gli esecutori dei lavori oggetto del decreto Abruzzo - non viene ancora creata e nemmeno viene emanato il decreto per la Tracciabilità dei flussi finanziari. Inoltre, non si conosce ancora la composizione e nemmeno se è operativa la “Sezione specializzata” localizzata in Prefettura. E poi ancora: non risulta ancora emanato nemmeno il decreto che renderebbe operativi altri strumenti di contrasto, quali il Gicer, cioè il Gruppo interforze centrale per l’emergenza e ricostruzione.

Solo maglie larghe nell’assegnazione di appalti e subappalti e assenza di strumenti idonei di controllo? No, c’é di più.

Molte ditte subappaltrici avrebbero iniziato i lavori nei cantieri senza la necessaria comunicazione di accettazione da parte della stazione appaltante, cioè la Protezione civile. Nel fare bandi e ordinanze al potente “Ufficio consulenze legali” del Dipartimento si sono dimenticati di derogare anche a questa norma: si apre così una falla che rischia di diventare una voragine.

Le forze dell’ordine, malgrado i pochi mezzi a disposizione, si mettono comunque al lavoro ed eseguono una serie di accessi direttamente nei cantieri per le verifiche: accertano così la presenza di almeno 132 imprese al lavoro con posizione irregolare. A questo punto nel Dipartimento si sentono mancare la terra sotto i piedi e la preoccupazione diventa panico: tutto il castello di appalti e subappalti rischia di franare rovinosamente con conseguenze imprevedibili.

A questo punto, direte voi, la Protezione civile, cosa fa? Prende provvedimenti contro le ditte per subappalto non autorizzato? No, ricorre ancora una volta al potere di ordinanza e di deroga e con il gioco ancora in corso cambia le regole.

A metà novembre, con l’Ordinanza n. 3820, nell’art 2 inserisce il comma 2. Con una mossa maldestra il Dipartimento elimina - retroattivamente - il reato di subappalto non autorizzato. Un intervento di una gravità inaudita, un colpo di spugna che impedisce non solo gli accertamenti e le verifiche su almeno 132 subappalti sospetti, ma rende inutilizzabili le prove già raccolte da parte delle forze dell’ordine.

Come risulta sempre più evidente, quella della emergenza terremoto è una gestione al limite della legalità e ben oltre quello della decenza. Si spera che qualcuno prima o poi chiamerà il Dipartimento a rendere conto del suo operato ai cittadini e non solo.


Angelo Venti

su TERRA del 3 dicembre 2009

lunedì 16 novembre 2009

L'accordo Transcom - sindacati confederali - enti locali sulla pelle di 276 lavoratrici e lavoratori

VERGOGNA! UN ACCORDO FIRMATO SULLA TESTA DEI LAVORATORI

La politica aziendale di Transcom Worldwide S.p.A. applicata alla sede aquilana ha manifestato un livello di cinismo inaccettabile con il licenziamento collettivo dell'80% dei suoi dipendenti.
Non ci sono parole, soprattutto se si inserisce tale decisione in una tragedia collettiva come quella del terremoto che ha devastato la vita economica, culturale e sociale di un'intera città, dei suoi abitanti e del suo territorio.
Mentre da tutta Italia arrivavano attestati, spesso anche concreti, di solidarietà e mentre altre aziende dell'Aquila tutelavano, prima di tutto mantenendo attive le loro sedi, i propri dipendenti con ogni forma di solidarietà, Transcom pensava bene di togliere il lavoro, approfittando della tragica situazione di emergenza che riguardava i suoi dipendenti.
Non ci sono limiti alla voglia di profitto di tali managers, che hanno approfittato degli incentivi (lèggasi sgravi fiscali) per insediarsi in città e poi, venuti meno questi, minacciavano già da anni di andarsene!
Il terremoto ha dato loro la "giusta" opportunità di farlo.
Il 9 novembre è stato firmato da tutte le organizzazioni sindacali, dagli enti locali e dall'azienda un accordo che consente di fatto a TWW di liberarsi dei 4/5 dei suoi dipendenti, mantenendo aperta la sede dell'Aquila con soltanto 69 unità su 345 per poter utilizzare la commessa milionaria dell'INPS-INAIL (che non sarà comunque gestita nel sito aquilano) e per poter usufruire, in seguito, dei probabili benefici fiscali derivanti dalla "zona franca urbana", magari assumendo altre persone con i più svariati contratti a termine.
E, nonostante il comportamento indegno di TWW di tutti questi mesi, in data 1 novembre "un gruppo di lavoratori della Transcom" ha fatto pubblicare una lettera sul quotidiano "Il Centro", nella quale si esprime profonda gratitudine nei confronti di un'azienda che ha dato loro l'opportunità di continuare a lavorare a Roma (!!!). La lettera è piena di considerazioni sentimental-romantiche sul terremoto, sulle macerie, sulle vite sconvolte e spezzate, sulle case distrutte, tutte cose che pare riguardino solo e soltanto tale gruppo trasferitosi a Roma. E, mentre quest'ultimo era alle prese con una tragedia che, invece, gli altri dipendenti sembra non stessero vivendo, "l'azienda non si tira indietro e ci offre di continuare a lavorare in via temporanea presso una sede diversa da quella dell'Aquila".
Il gruppo, poi, continua la propria lettera in maniera ancor più vergognosa affermando: "Per questo noi lavoratori Transcom, da 7 mesi, stiamo facendo un duro sacrificio con l'augurio di poter tornare a svolgere le nostre attività professionali nella sede dell'Aquila. Transcom è un'azienda che, malgrado i suoi sbagli, le sue rigide regole lavorative e le promesse disattese, ci ha dato la possibilità, per nove anni, di poter percepire ogni mese uno stipendio che ha giovato non solo a livello personale e familiare, ma ha anche provveduto a far girare l'economia della nostra città."
Come se lo stipendio che l'azienda "benefattrice" ci ha elargito con grande generosità non ce lo fossimo guadagnato tutto, con competenza e professionalità indiscutibili e producendo un cospicuo fatturato per TWW in tutti questi anni! E come se percepire uno stipendio lavorando sia una cosa del tutto eccezionale e non ordinaria e dovuta come è nella logica delle cose.

Ricordiamo, a titolo di esempio, che tra le macerie è morta una nostra collega e che l'azienda si è guardata bene dal fare una dichiarazione ufficiale di cordoglio per tale perdita umana. Ciò basterebbe da solo a dimostrare la grande sensibilità di tale azienda...

Come dipendenti TWW ci dissociamo totalmente dalle dichiarazioni farneticanti del gruppo di cui sopra.
Così come rigettiamo in toto l'accordo firmato il 9 novembre e ci riserviamo di inviare nuove comunicazioni per informare adeguatamente l'opinione pubblica su questa desolante vicenda.

Un gruppo di lavoratori Transcom dell'Aquila

lunedì 12 ottobre 2009

Grazie Cialente, non ci hai lasciato niente. Piazza d'armi è ancora nelle tende






Una ventina di sfollati del campo di piazza d'armi stamattina hanno tenuto un presidio con blocco stradale intermittente, davanti la rotonda di Piazza d'armi. 2 striscioni sono stati esposti: "nessuno o tutti, o tutti o niente _ non si può salvarsi da sè. per una rete di soccorso popolare" "grazie Cialente, ci hai lasciato senza niente_ piazza d'armi ancora nelle tende". Davanti a un imponente schieramento di forze dell'ordine (nonostante la manifestazione non fosse stata ufficializzata), gli sfollati di piazza d'armi sono usciti finalmente dal buio dove sono stati relegati sinora. A., disabile al 100%, ha preso il megafono in mano e ha urlato tutta la sua rabbia: "sindaco di merda hai lasciato nella merda anche i disabili gravi!". Vincenzo ha quasi 50 anni è disoccupato, vive nel campo con la madre di oltre 80 anni, costretta sulla sedia a rotelle, e con un fratello più piccolo, l'unico che lavora. Per loro (per lui) ha parlato Luigia: "in questo campo, senza servizi igienici, senza assistenza sanitaria e senza alimenti, vivono ancora disabili e anziani...ecc." G. questa volta non si è voluto esporre, ha già fatto troppo casino da solo e senza l'appoggio di nessuno. Resta al margine. Due giorni fà è giunto a minacciare pubblicamente il sindaco di morte ed è stato allontanato dalle guardie. Il sindaco lo conosce da quando erano bambini, lo ha votato e ha ancora in tasca la tessera del P.D. Mi dice: io sono ancora comunista, ma loro, lui, mi hanno fatto venire un'infarto....devono pagare. Appena mi sento meglio farò giustizia... Rabbia, rabbia, tanta rabbia, soffocata in un deserto di cemento e falsità. Interventi al megafono si sono susseguiti, mentre gli sfollati attraversavano la strada per creare disagi nel trafico. Verso l'ora di pranzo abbiamo apparecchiato in mezzo alla strada: un tavolo di plastica, un pò di sedie, una bottiglia di vino e spaghetti della c.e.e. al pomodoro.Giustifica "Quello che mangiamo e beviamo lo abbiamo ottenuto con soldi nostri, dal comune, dalla provincia e dalla protezione civile nessun aiuto". Quello che segue è il comunicato letto al megafono e condiviso dagli sfollati di piazza d'armi che hanno manifestato: "Nessuno o tutti -- o tutto o niente. Non si può salvarsi da sé." (Bertold Brecht) Non ci sono C.A.S.E. per tutti e non ci saranno Si sono spesi milioni di euro per un G8 che ha arrecato grandi disagi agli sfollati e grandi vantaggi ai potenti. Ci hanno usato come comparse per il loro teatrino e neanche ci hanno pagato. Si sono spesi milioni di euro per alloggi tutt'altro che provvisori per dare un tetto solo a pochi, cementificando irreversibilmente tutto l'Aquilano a vantaggio della mafia e delle cordate immobiliari legate alle istituzioni e alla stessa protezione civile NOI abbiamo resistito 6 mesi alla dura vita delle tendopoli per non abbandonare il nostro territorio. NOI abbiamo inghiottito tutte le lacrime che ci restavano per i cari che abbiamo perso in una tragedia annunciata, spazzata via dai padroni della terra per cancellare le proprie responsabilità Adesso Ci hanno lasciato senza niente, abbandonandoci al degrado, alla fame, alla violenza, alla povertà. Solo l'immondizia ci hanno lasciato. Adesso Vogliono deportarci in massa lontani dalle nostre vere case, dal lavoro (per chi ancora ce l'ha) dai nostri affetti, dai nostri ricordi, dalla nostra vita, senza la sicurezza di poter tornare. Non ci sono C.A.S.E. per tutti e non ci saranno Ma allora quelle che hanno fatto, per chi sono? Per cosa sono? A chi servono? Arriverà il freddo, la neve e noi? Hanno fatto di questa città un'enorme discarica e dei suoi cittadini "scomodi" rifiuti ingombranti, da tenere lontani dai riflettori e portare via con una ruspa per seppellirli insieme alle altre macerie. La loro coscienza odora di morte. Quel lezzo, la loro coscienza, la loro immondizia, oggi noi cercheremo di far emergere dal buco nero di piazza d'armi. GRAZIE CIALENTE, CI HAI LASCIATO SENZA NIENTE PIAZZA D'ARMI E' ANCORA NELLE TENDE No alle deportazioni! Se colpiscono uno colpiscono tutti! per una rete di soccorso popolare GLI SFOLLATI DI PIAZZA D'ARMI

giovedì 8 ottobre 2009

Relazione dell'inchiesta tra gli sfollati

Inchiesta per una rete di soccorso popolare tra i terremotati d’Abruzzo

I dati riflettono la situazione degli intervistati al mese di giugno e sono stati raccolti in massima parte tra gli sfollati dei campi.
L’indagine non ha valore statistico, e per l’entità ridotta del campione e per la sua eterogeneità, ma porta con sé la voce della denuncia e la necessità dell’autorganizzazione. Ma facciamo prima un breve resoconto dell’inchiesta, rimandando alle tabelle e ai grafici in allegato per un’analisi più dettagliata

Un primo bilancio
Quasi la metà degli uomini intervistati e oltre i 2/3 delle donne che hanno risposto al questionario, hanno dichiarato di essere occupati, anche con lavori precari o a nero, prima del sisma del 6 aprile.
In seguito al sisma, il numero totale degli occupati intervistati si è dimezzato, a scapito soprattutto delle donne. Circa i ¾ degli intervistati, che hanno perso il lavoro dopo il sisma sono donne.
L’88% degli intervistati ha perso l’agibilità della propria abitazione. L’83 % abitava in una casa di edilizia privata e il 17 % in una casa popolare. Il 67 % viveva in una casa di proprietà e il 24% stava ancora pagando il mutuo.
Diversi intervistati hanno perso i propri famigliari a causa del sisma, sia nelle case di edilizia privata che in quelle di edilizia pubblica.

Responsabilità
Il 26% egli intervistati, soprattutto donne, ha notato lesioni nei propri luoghi di abitazione e/o lavoro prima del sisma e le ha segnalate agli organi competenti e/o al datore di lavoro, chiedendo più sicurezza.
Nel 23% dei casi, l’abitazione era stata spacciata per antisismica e il 53% degli intervistati ha ammesso di essere stato rassicurato e convinto a rientrare in casa, nonostante l’elevata probabilità di un evento sismico grave.
Un’operaia che viveva nelle case popolari afferma: “si è sempre vissuto con paura a causa dell’evidente fragilità delle strutture” (e meno male che si trattava di edilizia pubblica residenziale!).
Circa l’80% degli intervistati ha individuato genericamente nelle istituzioni le responsabilità di questa tragedia annunciata, attribuendo responsabilità specifiche, in ordine decrescente, a: Stato/Governo, Regione, Comune, Protezione Civile, Provincia.

Il 28% degli intervistati ha poi indicato nei costruttori specifiche responsabilità.
Al di là dei dati freddi dell’inchiesta, vogliamo riportare alcuni commenti a caldo rilasciati dagli intervistati al quesito: “Chi ritenete responsabili di quanto accaduto?”
“Stato, perché ha cambiato le direttive sismiche”
“Regione, Stato, gruppi politici-economici-affaristici”
“Tutte le istituzioni, compresa la protezione civile, che ha rassicurato anziché fare le tendopoli già da una settimana prima”
E ancora: “Chi ha declassato L’Aquila da zona 1 a zona 2 e la protezione civile”, “Tutti”, “Assassini, si sparassero…”, “i politici”, “lo Stato e le ditte edilizie per la scarsa qualità delle abitazioni”, “il Comune, che ha rilasciato il piano regolatore”, “Lo Stato, perché ha cambiato le direttive sismiche per costruire” ecc.

Soccorsi
Il 69% degli intervistati ha denunciato soccorsi tardivi o insufficienti. Alla domanda: “Dalle h 3,32 del 6 aprile, dopo quanto tempo avete ricevuto i primi soccorsi dagli organismi preposti?
“dopo 3 giorni ho ricevuto i primi soccorsi, perché sono venuta io al campo”, dice una donna che in un solo giorno ha perso oltre alla casa anche il lavoro che aveva appena trovato; “dopo 7 giorni e li ho cercati io” dice un’altra. Nei casi più fortunati, se così si può dire, gli intervistati hanno ricevuto i primi soccorsi dopo circa 2 ore e quasi sempre si è trattato degli autobus che li hanno portati al mare, dove sono rimasti per diversi mesi.
Tra i maggiori disagi vissuti dentro e fuori le tendopoli, che gli sfollati hanno ritenuto segnalare, il primo posto spetta alla militarizzazione (76%), seguito, in ordine decrescente, da convivenza forzata, mancanza di reddito (65%), mancanza di climatizzazione adeguata, mancanza di informazione (57%), burocrazia, mancanza di autonomia, scarsi servizi igienici, inattività/noia, ostacoli alla mobilità, sovraffollamento, disagi per le donne (33%), cattiva alimentazione, assistenza sanitaria inadeguata, scarsa partecipazione, inefficienza.
Il 74 % degli intervistati si è espresso nel senso di un peggioramento di tali disagi in vista del G8, ma evidentemente non c’era, da parte dei comitati, la volontà di ascoltare e organizzare l’espressione di questi disagi e di questa rabbia, evidentemente troppo critica nei confronti delle istituzioni locali.

Partecipazione e disponibilità a mobilitarsi
Di fatto, a giugno inoltrato, dopo la manifestazione del 16, più del 30 % degli intervistati dichiarava di non essere a conoscenza della campagna 100%, promossa dai comitati cittadini. Non si è trattato solo di un problema di comunicazione e di informazione (la campagna 100% e i comitati avevano ormai acquistato grande visibilità, sia su “Il centro” che in città, con enormi manifesti di propaganda e a livello nazionale), ma anche di trasparenza e partecipazione. Trasparenza, perché la rete dei comitati cittadini si è ben guardata dallo stigmatizzare l’ambiguità delle istituzioni locali prima e dopo il terremoto. Partecipazione, perché questa è rimasta di fatto un enunciato al 3° punto della campagna 100% e i cittadini in carne e ossa non sono stati chiamati ad esprimersi sul contenuto della stessa, se non con una firma a piattaforma già decisa. Si è voluto, in ultima analisi, accordare ai cittadini un ruolo marginale, da utenti e non da protagonisti, anche nelle scelte che riguardavano la lotta e le iniziative di mobilitazione dei comitati. La stessa passività che un regime finto democratico richiede ai suoi elettori: un voto acritico.
Un dato importante da segnalare è infatti quello relativo all’area di compilazione dei questionari dell’inchiesta. Solo una minima parte di essi è stata compilata tra le soggettività che si potrebbero definire “più attive” nel movimento degli sfollati, ossia i comitati cittadini, presenti alle manifestazioni di maggio e giugno. La stessa inchiesta, che ho cercato di promuovere a partire dalla manifestazione del 30 maggio, è stata, per dirla in maniera morbida, ignorata dai comitati. Infatti in quella occasione mi è stato negato per la prima volta l’accesso al megafono da parte di alcuni rappresentanti dei comitati, per presentare l’inchiesta e lasciare il mio contatto.
Tra le masse invece, l’inchiesta è stata accolta con una certa curiosità e superata un’iniziale diffidenza, i cittadini hanno espresso senza bavagli le loro opinioni e i loro disagi. Da questi bisognava partire per costruire una rete orizzontale e partecipata di mobilitazione.
Per gran parte degli intervistati, la condizione maggiore di sofferenza non era la mancata “ricostruzione al 100%”, ma proveniva dall’aspetto invasivo e militare della cosiddetta macchina dei soccorsi, un aspetto destinato ad amplificarsi durante il G8, fino a stravolgere completamente il senso di quella presenza in funzione antidemocratica e oppressiva.
Questo la rete dei comitati ha voluto ignorare, difendendo le non scelte e le traballanti prese di posizione del sindaco e delle amministrazioni locali.
Gran parte degli intervistati, reclamava realmente trasparenza e partecipazione al 100%, non solo dalle istituzioni ma dagli stessi comitati cittadini, anche da quelli di una certa sinistra collusa col potere.
Anche questo la rete dei comitati ha voluto ignorare.
Questa inchiesta no. Nel suo piccolo era a questi cittadini inascoltati, lontani dai megafoni e dal palcoscenico che voleva dar voce e lo sta facendo.

Il 74% degli intervistati, molti dei quali nel campo di Piazza d’armi e fuori dalla rete dei comitati, temeva il G8 perché già pativa una forte militarizzazione del territorio e della propria vita e non si aspettava nulla di buono, né soldi, né lavoro da un evento come quello, al contrario di alcuni padroni, come Natalia Nunzia, che dopo aver alloggiato per mesi al grand hotel di Montesilvano e fatto soldi col G8 per un nuovo torrone, sfilava il 9 luglio con la rete dei comitati, esibendo il cartello delle last ladies e sorreggendo lo striscione yes we camp!!!

Per finire con l’inchiesta, l’81 % degli intervistati ha comunque dato la propria disponibilità a mobilitarsi in iniziative realmente partecipative.
Se questa disponibilità è venuta a mancare bisognerà pur chiedersi il perché e questo non tanto per polemizzare quanto per non ripetere gli errori.
Alla domanda finale dell’inchiesta (Sareste disponibili a riprendere la vostra attività e/o a partecipare attivamente ad iniziative sulle vostre condizioni di vita, lavoro, abitazione, proponendo piattaforme, punti di rivendicazione, organizzazione ecc? ) è stato lasciato uno spazio libero per gli intervistati. Riportiamo di seguito le espressioni più significative:
“dipende con chi, non con quei ricconi del mio paese, che sono dei privilegiati, ammanicati col sindaco e non hanno avuto danni…”
“ridateci le case con la struttura antisismica!!!”
“basta che se ne vanno e ci lasciano in pace nella ricostruzione della nostra città!”
“ridateci le case come erano prima e dateci i soldi per ristrutturarle”
“Punti di organizzazione, Informazione, abbattimento delle tendopoli, liberazione dal terrore”
“sì, c’è poca iniziativa da parte degli organi di stampa locale e di informazione in generale”

Ma quella più gettonata era la richiesta di lavoro:
“sono disponibile a lavorare, se no ce moremo de fame tutti quanti!”