"chi fa da sé fa per 3"
Questo blog è nato come un blog di controinformazione dopo il sisma del 6 aprile 2009. Ora che i riflettori su L'Aquila si sono spenti e l'unico terremoto che investe la città è quello della crisi generata da questo sistema capitalistico che deve essere rovesciato, esso rimane in vita per dare voce ai senza voce, a coloro che, pur vivendo e lottando in questa città, non trovano spazio nei media, anche se si definiscono "liberi e indipendenti"
mercoledì 3 marzo 2010
L’Aquila, Haiti, Cile: catastrofi sociali
Eventi naturali, effetti sociali.Il Cile è stato colpito ancora una volta da un terremoto di magnitudo apocalittica, come lo sono stati i terremoti del 1938, del 1960 e del 1985. Con una precisione svizzera, ogni 25 anni la catastrofe si ripresenta. Il terremoto del 27 Febbraio è stato uno dei più forti registrati nella storia: 8,8 Richter.
Il conto stimato dei morti varia tra i 500 e gli 800 e c’è chi dice che una cifra definitiva augurabile sarebbe intorno alle 2.000 vittime. Attualmente si stimano due milioni di persone senza casa, letteralmente in mezzo ad una strada. Città distrutte e due intere regioni (quelle di Maule e Bio-Bio) annichilite.
Così come per il terremoto ad Haiti, o per quello in Abruzzo, o ancora per l’uragano Katrina, che colpì nel 2005 la città di New Orléans, non ci troviamo solamente di fronte all’”incontenibile e disastrosa irruenza delle forze della natura”.
Nell’epoca contemporanea, con una popolazione metropolitana che a livello mondiale ha superato quella rurale, con megalopoli in cui sono ammassate milioni di persone, con quartieri dormitorio e bidonville, con un’organizzazione economica e sociale che determina ogni aspetto delle nostre vite - quindi anche i luoghi in cui abitiamo - niente può ormai accadere senza che vi abbia un ruolo fondamentale il modo in cui è organizzato ciò che è colpito.
Quando l’uragano Katrina si avvicinava alle coste della Louisiana, nella città di New Orléans erano rimasti solo coloro che non avevano un mezzo per scappare, tantomeno una stanza in un albergo a centinaia di km di distanza affittata per tutto l’anno proprio per queste evenienze, come molti cittadini ricchi o benestanti di quella città possono permettersi di avere.
Quando gli edifici e gli ospedali dell’Aquila crollano come castelli di carta anche perché edificati con la sabbia, si può davvero pensare che non vi siano delle responsabilità in chi quegli edifici li ha costruiti, pianificati, pensando alla speculazione e al profitto?
Quando un terremoto colpisce una città come Port-au-Prince, in cui l’80 % della popolazione è sotto gli indici della povertà estrema e l’indigenza porta migliaia di persone a vivere negli slums, nelle favelas, si può davvero pensare che i 200mila morti di Haiti siano da imputare a “cause naturali”?
Quelle che ci vengono descritte unicamente come “catastrofi naturali” non possono esserlo, quanto meno non principalmente, per la banale ragione che questi eventi intervengono in contesti specifici producendo effetti che hanno, in tutto e per tutto, una natura sociale.
Per questo parliamo di catastrofi sociali, proprio perché colpiscono un mondo che è già, in se stesso, una catastrofe, “perché non sono le case dei capitalisti quelle che si afflosciano e crollano, non sono le famiglie dei borghesi quelle che rimangono senza i rifornimenti di prima necessità e non sono nemmeno i nostri padroni quelli che rimangono isolati e senza possibilità di muoversi in città di merda dove il trasporto pubblico svolge una funzione disciplinante di mero trasporto di mercanzia umana” (1).
Per questo sosteniamo che l’urbanismo, l’economia, neppure in questi casi sono innocenti. Il capitalismo è la catastrofe. Il capitalismo è la barbarie.
Gestione dell’emergenza.
"Camionette, ruspe, case sventrate. Tendopoli. (…)
Sono riusciti ad ottenere solo ieri che quelli della protezione civile non potessero
piombargli nelle tende all’improvviso, anche nel cuore della notte, per controllare. (…)
Vietato internet nelle tendopoli. Vietato di distribuire volantini nei campi. (…) La città è completamente militarizzata (…), tutte le zone e i boschi sopra la città sono gremiti di militari. (…) Per entrare nelle tendopoli bisogna subire una serie di perquisizioni umilianti, un terzo grado sconcertante (…) Le tendopoli sono imbottite di droga. I militari hanno fatto entrare qualunque cosa, eroina, ecstasy, cannabis, tutto. E’ come se avessero voluto isolarli da tutto e da tutti (…) l’importante è che all’esterno non trapeli nulla."
(da “Ho visto l’Aquila”, Andrea Gattinoni) (2)
Nelle menzogne dei vertici militari cileni e della presidentessa Bachelet (che negavano il pericolo Tsunami proprio mentre questo arrivava già sulle coste) c’è la stessa volontà di infantilizzazione, di negazione di ogni iniziativa individuale che abbiamo visto nella gestione dei campi dell’Aquila.
Quando le regole civili e sociali saltano quello che lo Stato dimostra - sia mentre aiuta, sia mentre reprime – è la volontà di scongiurare l’organizzazione autonoma delle persone, anche quella più primitiva.
Un’ora dopo il terremoto la Radio Bio-Bio trasmetteva informazioni ufficiali dell’ONEMI (Ufficio Nazionale d’Emergenza) di questa natura: “Terremoto di 8,5 gradi, 95 chilometri a nordest di Concepcion. Si esclude ogni rischio di tsunami”
Alle sei del mattino (due ore dopo il sisma) lo tsunami colpiva le isole di Juan Fernandez.
La zona costiera nei pressi di Concepcion era travolta da onde tra i tre e i venti metri a pochi minuti dal sisma. Impossibile avvertire le coste in questo caso, doveroso invece sarebbe stato avvertire gli abitanti dell’isola di Juan Fernandez – che non potevano aver sentito il sisma - dell’arrivo di un onda di tre metri ma a 500 chilometri all’ora.
Mentre New Orleans era sommersa dall’acqua e dal fango, con centinaia di morti e una popolazione che aveva perso tutto, il governo sospendeva l’invio dei soccorsi per fermare i “saccheggi”, affidando subito dopo ai militari appena rientrati dall’Iraq la gestione dell’ordine pubblico: «Chi saccheggia i supermercati sarà giustiziato sul posto».
In questo momento in Cile, mentre salgono a 2 milioni gli sfollati, mentre chi ha perso tutto cerca di sopravvivere aprendo le porte di supermercati, farmacie, grandi magazzini e prendendosi ciò di cui ha bisogno, lo Stato risponde con le forze dell’ordine, con l’esercito, mandati ad impedire i saccheggi e difendere la proprietà privata; la democrazia progressista risponde con un coprifuoco che in alcune zone è arrivato a 18 ore sulle 24 giornaliere, col divieto di circolare per le strade a persone che non hanno più un altro posto in cui stare.
Precisamente come a New Orléans e a Port-au-Prince mentre dallo Stato tardano ad arrivare – o non arrivano affatto - gli aiuti, vengono mobilitati senza difficoltà migliaia di militari per rendere effettiva la legge marziale (decretata nelle due regioni cilene più colpite dal sisma). Mentre a Concepcìon (BioBio) non arriva l’acqua per le bocche assetate, nessun problema a riempire le cisterne per gli idranti dei tank antisommossa, usati contro i saccheggiatori
I detenuti (tra cui molti prigionieri mapuche) che hanno deciso di non restare a crepare nelle galere cilene che crollano su se stesse, sono ricercati e a volte giustiziati direttamente in strada. Centinaia sono gli evasi in seguito a rivolte, novanta i detenuti catturati in seguito alla fuga e quattro quelli morti negli scontri a fuoco mentre arrivano le notizie dei primi morti ammazzati per non aver rispettato il coprifuoco.
Anche questi sono gli aiuti umanitari del governo cileno.
La verità, lo ha dimostrato il governo italiano all’Aquila, quello statunitense a New Orléans, e l’ONU con l’operazione umanitaria ad Haiti, è che i soldati arrivano sempre prima di tutto, i manganelli e i mitra prima del pane e dell’acqua: l’ordine sociale e il suo mantenimento è sempre, per lo Stato, più importante della vita dei suoi sudditi.
Autorganizzazione e espropriazione.
“Chiedo per cortesia ai media di non parlare più dei saccheggi, ne di riprenderli in diretta, perché quando ne parlano la gente segue l’esempio e va in cerca di luoghi da saccheggiare.”
(Hols Paulmanm, multimiliardario, padrone di catene di supermercati cileni)
Gli aquilani che qualche giorno fa si sono decisi a violare la zona rossa per ripulirla dalle macerie, ci insegnano che la pazienza ha un limite.
I saccheggiatori cileni, andando a riprendersi direttamente ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere, rubando quelle merci che loro stessi, come proletari, hanno prodotto, ci dimostrano che il limite si può superare.
E questo limite si situa precisamente nell’inconciliabilità tra le necessità delle persone e le pretese dello Stato, che nella gestione dell’emergenza vede solo un’occasione per sperimentare nuove ed estreme tecniche di mantenimento dell’ordine e disciplinamento, nella ricostruzione solo nuovi profitti da spartire.
Mentre la disperazione cresce, mentre i padroni si organizzano per proteggere le loro proprietà private con ronde altrettante private, mentre il coprifuoco e i militari riescono solo ad arginare ma non a fermare la banale ma evidentemente intollerabile volontà di vivere dei poveri, la stampa cilena costruisce la solita immagine dello sciacallo, del criminale privo di scrupoli, disposto a far profitto sulla tragedia altrui.
Non potendo screditare e mistificare totalmente i saccheggi messi in atto da fasce vastissime di disperati, questi sciacalli dell’informazione si prodigano nella costruzione di un nuovo steccato morale, distinguendo tra “saccheggiatori buoni” (chi ruba il pane) e “saccheggiatori cattivi” (chi ruba la lavatrice o un plasma). Allo stesso modo, per giustificarne la repressione generalizzata creano il diabolico fantasma delle bande armate, che chiedono il pedaggio per attraversare alcune zone o rubano tra le macerie dei quartieri.
Nel descrivere quella che è senz’altro parte della realtà post-terremoto, ovvero la guerra tra poveri e il nascere di nuove forme di comunità mafiose, dimenticano di raccontare che gli abitanti dei quartieri aggrediti da queste bande si sono, anch’essi, (auto)organizzati (in alcuni casi armandosi) per difendersi da soli; dimenticano di scrivere che spesso il frutto dei saccheggi rifornisce i campi dove si sono rifugiati i terremotati e che questi “criminali” della refurtiva ne stanno facendo un uso comune.
Quello che emerge con evidenza è che alla solidarietà tra i gestori e i guardiani dell’esistente – padroni, Stato, giornalisti –, compatti nella difesa dell’ordine e della proprietà, corrisponde un’altrettanto forte solidarietà tra oppressi, tra poveri, tra diseredati.
Il passato recente ha messo in luce come ci si trovi sempre più spesso di fronte a emergenze sociali che diventano, di fatto, stati di emergenza permanenti: i contingenti militari, il monopolio delle organizzazioni umanitarie, le zone rosse – o i coprifuochi –, l’instaurazione di leggi marziali (3) o la sospensione di fatto del Diritto democratico (5), e il business della ricostruzione rappresentano il solo modo con cui l’emergenza viene gestita.
Dal futuro non possiamo che aspettarci una sempre crescente creazione di emergenze da gestire e, gli alpini nelle strade italiane sono lì per ricordarcelo, un sempre più confuso e labile confine tra stato d’emergenza (o di guerra) e “normalità”. Le dichiarazioni dei vertici militari occidentali non fanno che confermare tali aspettative (5).
Quello che insegnano i fatti cileni è che non vi sono teorie più o meno rivoluzionarie che possano essere indicate a chi si trova nel pieno della tempesta sociale; tanto più che la teoria spesse volte – quello cileno è solo l’ennesimo caso – è ampiamente superata dalle pratiche reali degli sfruttati.
Queste pratiche – l’autorganizzazione, l’espropriazione dei signori di questo mondo, l’azione diretta, l’autodifesa (lo ripetiamo: anche armata) di fronte ad un’occupazione militare e al risorgere di nuove forme di capitalismo primitivo (quello mafioso), la solidarietà concreta tra oppressi –, sono ciò che possiamo imparare e riconoscere come uniche vie di fuga possibili dalla catastrofe che è l’organizzazione sociale in cui viviamo, perché rappresentano la negazione di questo mondo, il suo rifiuto.
E’ di questo che parlano, coi fatti, tra le macerie, le strade cilene.
E’ questo che urlano, con determinazione e coraggio, gli uomini e le donne di Concepcion.
Il capitalismo è la catastrofe. Il capitalismo è la barbarie.
internazionalisti solidali
Note:
(1) Da "A convertir en ruinas y escombros la sociedad de clases", www.hommodolars.org. Trad. italiana su: http://liguria.indymedia.org/node/5153
(2) "Ho visto l’Aquila. Lettera a mia moglie", http://abruzzo.indymedia.org/article/6521
(3) A New Orlèans, in Cile, ad Haiti.
(4) A l’Aquila, ma anche nelle banlieues parigine durante le sommosse del 2005.
(5) Vedi il documento Nato “Urban Operations in the year 2020”, ma anche: “La guerra del futuro si giocherà nelle strade, nelle fogne, nei grattacieli, nelle zone abitate tentacolari ed anarchiche che costituiscono le città cadenti del pianeta. La nostra storia militare recente è costellata da nomi di città - Tuzla, Mogadiscio, Los Angeles, Beirut, Panama, Hué, Saigon, Santo Domingo — ma tutti questi combattimenti saranno stati solo un prologo: il vero dramma deve ancora arrivare.” (Maggiore Ralph Peters dell’Army War College, 1996).
venerdì 26 febbraio 2010
L’Aquila, quando la Protezione è poco civile
BUROCRAZIA. Filomena attende da 6 anni una casa popolare. Non può firmare un contratto d’affitto, pena la decadenza dalla graduatoria. Ospitata in una caserma, da stasera rischia di andare per strada. Per la legge è una senza fissa dimora.
A Roma continua la bufera sui vertici della Protezione civile. Appalti sospetti, intercettazioni imbarazzanti, squallide risatine. Intanto, però, a L’Aquila si continua a vivere la realtà del difficile ritorno alla normalità. Difficoltà che, nel caso della signora Filomena, ultrasessantenne, nel silenzio delle istituzioni, in queste ore si stanno trasformando in vero e proprio dramma. Da stasera, infatti, a causa di una burocrazia sempre più schizofrenica, la signora non avrà più una stanza dove dormire. Nonostante sia perfettamente in regola. Ma andiamo con ordine.
Filomena è protagonista di una storia che ha davvero dell’incredibile. Ha vissuto dal 1967 a L’Aquila in un appartamento a equo canone da cui è stata sfrattata nel 2005 per scadenza di contratto. Seguendo l’iter di legge, e non possedendo una situazione economica adeguata, nel 2003 ha fatto domanda per ottenere una casa popolare. è entrata in graduatoria anche per provare a ottenere almeno una cosiddetta “casa parcheggio”. Nel frattempo, non potendo firmare un contratto d’affitto pena la perdita della priorità nella graduatoria per l’assegnazione di una casa popolare, ha trovato un posticino presso l’appartamento di alcuni amici. Con il terremoto, però, la casa dove alloggiava è stata dichiarata inagibile.
E qui comincia il calvario. Filomena è stata prima portata nei treni adibiti dalla Protezione civile per il soccorso ai terremotati, poi ospitata in una caserma della città. Intanto, la sua richiesta di un alloggio, inviata a seguito del sisma del 6 aprile, è stata rigettata dalla Protezione civile. Il motivo? Al momento del terremoto la signora non era titolare di un contratto di locazione. Formalmente, per la legge, era una senza fissa dimora. Condizione, peraltro, comune a molte altre persone. Ed è a questo punto che la protagonista di quello che di lì a poco sarebbe diventato un dramma viene travolta dal buco nero dell’italica burocrazia. Infatti, se Filomena avesse concluso un contratto di locazione «che non avrei nemmeno potuto permettermi», spiega a Terra, avrebbe automaticamente perso il diritto all’assegnazione di una casa popolare. Dalla Protezione civile le hanno detto che della sua situazione avrebbe dovuto occuparsene il Comune.
Dal Comune le hanno risposto di non avere competenze sulla questione e che, indirizzandoli a loro, la Protezione civile voleva solo lavarsi le mani del problema. Tanto per non tradire un’altra italica abitudine, che troppo spesso degrada nello scaricabarile. Filomena, sempre più provata, torna più volte per chiedere spiegazioni. Per chiedere un posto dove stare. Risultato? Nulla. Solo un continuo, e un po’ mortificante, andirivieni da un ufficio all’altro. Ieri, poi, la situazione è peggiorata: le è stato notificato dai Vigili urbani l’invito a lasciare entro 24 ore la camera della caserma che fino ad ora l’ha ospitata. Senza che le venisse prospettata una soluzione alternativa. Se non la strada. Se non tornare a chiedere ospitalità a qualche conoscente. «Eppure sono in graduatoria per avere una casa popolare, finanche una casa-parcheggio. Da 6 anni sto aspettando. Ma la casa non me l’hanno mai data. Mi hanno sempre risposto che non ce n’erano. Eppure a molti le hanno date. E allora c’erano!».
In televisione i nuovi alloggi del progetto C.a.s.e. hanno fatto faville. Peccato che Filomena potrà continuare a vederli solo in tv. Non aveva un contratto di locazione. E quindi, per lei, niente casa. «Pensi», ci rivela con un filo di voce, fiaccata dalla fatica, «che alcune di queste abitazioni sono persino disabitate. Qualcuno appende qualche panno ai balconi per fingere che ci sia qualcuno, ma le case sono vuote». Per Filomena, ora, la vita si fa sempre più dura. I figli sono lontani. Fanno quello che possono. Intanto, però, tutte le altre famiglie risultate idonee per avere la casa dalla Protezione civile, pur avendo avuto l’ultimatum a lasciare la caserma, sono state fatte alloggiare in alberghi in attesa della consegna degli alloggi.
Solo per lei e per le persone che vivono una situazione simile non è stato previsto nessun alloggio provvisorio. Stasera, per Filomena, sarà la prima notte “fuorilegge”. «Dormirò lo stesso in caserma. Rischio che mi portano via. Ma che posso fare?». Sulla nota del vicecommissario vicario per la Ricostruzione è scritto che “la signora è diffidata dal lasciare entro 24 ore dalla notifica del presente atto la caserma. In difetto si provvederà a esecuzione forzata”. Il foglio è redatto dall’Area assistenza alla popolazione. Oltre al danno, la beffa di un’amarissima ironia della sorte.
Filomena Boccia invita coloro che hanno ricevuto analoga lettera di sfratto a mettersi in contatto con lei per organizzarsi. Il suo n. di telefono è 347.0948369. L'unione fa la forza!
A Roma continua la bufera sui vertici della Protezione civile. Appalti sospetti, intercettazioni imbarazzanti, squallide risatine. Intanto, però, a L’Aquila si continua a vivere la realtà del difficile ritorno alla normalità. Difficoltà che, nel caso della signora Filomena, ultrasessantenne, nel silenzio delle istituzioni, in queste ore si stanno trasformando in vero e proprio dramma. Da stasera, infatti, a causa di una burocrazia sempre più schizofrenica, la signora non avrà più una stanza dove dormire. Nonostante sia perfettamente in regola. Ma andiamo con ordine.
Filomena è protagonista di una storia che ha davvero dell’incredibile. Ha vissuto dal 1967 a L’Aquila in un appartamento a equo canone da cui è stata sfrattata nel 2005 per scadenza di contratto. Seguendo l’iter di legge, e non possedendo una situazione economica adeguata, nel 2003 ha fatto domanda per ottenere una casa popolare. è entrata in graduatoria anche per provare a ottenere almeno una cosiddetta “casa parcheggio”. Nel frattempo, non potendo firmare un contratto d’affitto pena la perdita della priorità nella graduatoria per l’assegnazione di una casa popolare, ha trovato un posticino presso l’appartamento di alcuni amici. Con il terremoto, però, la casa dove alloggiava è stata dichiarata inagibile.
E qui comincia il calvario. Filomena è stata prima portata nei treni adibiti dalla Protezione civile per il soccorso ai terremotati, poi ospitata in una caserma della città. Intanto, la sua richiesta di un alloggio, inviata a seguito del sisma del 6 aprile, è stata rigettata dalla Protezione civile. Il motivo? Al momento del terremoto la signora non era titolare di un contratto di locazione. Formalmente, per la legge, era una senza fissa dimora. Condizione, peraltro, comune a molte altre persone. Ed è a questo punto che la protagonista di quello che di lì a poco sarebbe diventato un dramma viene travolta dal buco nero dell’italica burocrazia. Infatti, se Filomena avesse concluso un contratto di locazione «che non avrei nemmeno potuto permettermi», spiega a Terra, avrebbe automaticamente perso il diritto all’assegnazione di una casa popolare. Dalla Protezione civile le hanno detto che della sua situazione avrebbe dovuto occuparsene il Comune.
Dal Comune le hanno risposto di non avere competenze sulla questione e che, indirizzandoli a loro, la Protezione civile voleva solo lavarsi le mani del problema. Tanto per non tradire un’altra italica abitudine, che troppo spesso degrada nello scaricabarile. Filomena, sempre più provata, torna più volte per chiedere spiegazioni. Per chiedere un posto dove stare. Risultato? Nulla. Solo un continuo, e un po’ mortificante, andirivieni da un ufficio all’altro. Ieri, poi, la situazione è peggiorata: le è stato notificato dai Vigili urbani l’invito a lasciare entro 24 ore la camera della caserma che fino ad ora l’ha ospitata. Senza che le venisse prospettata una soluzione alternativa. Se non la strada. Se non tornare a chiedere ospitalità a qualche conoscente. «Eppure sono in graduatoria per avere una casa popolare, finanche una casa-parcheggio. Da 6 anni sto aspettando. Ma la casa non me l’hanno mai data. Mi hanno sempre risposto che non ce n’erano. Eppure a molti le hanno date. E allora c’erano!».
In televisione i nuovi alloggi del progetto C.a.s.e. hanno fatto faville. Peccato che Filomena potrà continuare a vederli solo in tv. Non aveva un contratto di locazione. E quindi, per lei, niente casa. «Pensi», ci rivela con un filo di voce, fiaccata dalla fatica, «che alcune di queste abitazioni sono persino disabitate. Qualcuno appende qualche panno ai balconi per fingere che ci sia qualcuno, ma le case sono vuote». Per Filomena, ora, la vita si fa sempre più dura. I figli sono lontani. Fanno quello che possono. Intanto, però, tutte le altre famiglie risultate idonee per avere la casa dalla Protezione civile, pur avendo avuto l’ultimatum a lasciare la caserma, sono state fatte alloggiare in alberghi in attesa della consegna degli alloggi.
Solo per lei e per le persone che vivono una situazione simile non è stato previsto nessun alloggio provvisorio. Stasera, per Filomena, sarà la prima notte “fuorilegge”. «Dormirò lo stesso in caserma. Rischio che mi portano via. Ma che posso fare?». Sulla nota del vicecommissario vicario per la Ricostruzione è scritto che “la signora è diffidata dal lasciare entro 24 ore dalla notifica del presente atto la caserma. In difetto si provvederà a esecuzione forzata”. Il foglio è redatto dall’Area assistenza alla popolazione. Oltre al danno, la beffa di un’amarissima ironia della sorte.
Filomena Boccia invita coloro che hanno ricevuto analoga lettera di sfratto a mettersi in contatto con lei per organizzarsi. Il suo n. di telefono è 347.0948369. L'unione fa la forza!
giovedì 4 febbraio 2010
Comunicato della rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro
NON SIAMO I SOLI, NON SIAMO SOLI
Forse ce la faranno ad avere giustizia i famigliari degli 11 giovani assassinati dal crollo della Casa dello studente e del Convitto nazionale, per i quali la procura potrebbe fissare le prime udienze preliminari entro l’estate per scongiurare i rischi del processo breve almeno per questi 2 procedimenti.
Ma all’Aquila sono morte 308 vittime innocenti!
Come a S. Giuliano di Puglia, così a L’Aquila, Messina, Haiti: “non sono le calamità naturali a uccidere, ma la mano dell’uomo”. La stessa mano padronale che ha ucciso a Viareggio, che ha fatto migliaia di vittime con l’eternit, che miete 4 morti al giorno sui posti di lavoro. La mano rapace del sistema capitalistico, che legalmente o illegalmente mercifica tutto: la vita, la salute, la sicurezza, l’ambiente. E’ la mano famelica di questo sistema politico, che divora anche il dolore di chi resta per calcoli elettorali, utilizzando morti e macerie come palcoscenico del proprio potere, al di sopra di tutti oltre che delle sue stesse leggi. “Lasciatemelo dire, è andata bene. Il mattino del 6 aprile abbiamo pensato che i morti del terremoto potessero essere fra i 1500 e i 2000. Per fortuna invece, nonostante sia sempre doloroso, le vittime sono state 300”. Così Berlusconi si beffa di quel dolore, di quei morti, quando parla del terremoto dell’Aquila ed è lecito chiedersi il perché di tali aspettative da parte del premier e dei padroni che rappresenta.
Berlusconi sapeva, la protezione civile sapeva, la Regione sapeva, l’Adisu sapeva, anche la Prefettura sapeva e il Sindaco dell’Aquila, con l’intera Commissione Grandi Rischi.
Quella commissione, che avrebbe dovuto approntare un piano di evacuazione e mettere in allerta i cittadini, ha almeno 308 vittime innocenti sulla coscienza!
Sappiamo che anche senza processo breve, i principali responsabili di queste morti annunciate sono già intoccabili, perché collusi con le istituzioni e il malaffare, perché è un intero sistema politico-affaristico da mettere alla sbarra, un intero sistema economico e sociale da processare. Ma non ci stancheremo mai di stendere le dita verso il cielo, non ci stancheremo mai di cercare verità e giustizia.
Vogliamo giustizia e verità per tutti i morti sul lavoro, per i ragazzi uccisi dall’insicurezza delle scuole e delle case, per tutte le vittime dei disastri e devastazioni ambientali, per tutte le vittime di calamità naturali, sempre più prevedibili e prevenibili e sempre più padronali, frutto della mancanza di sicurezza a beneficio del profitto, del malaffare, del potere politico.
Sono tutte morti annunciate ed esigono giustizia!
Perché quello che è accaduto all’Aquila non sia per sempre il destino dell’Italia
Perché quello che è accaduto all’Aquila non sia per sempre il destino dell’Italia
Come rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro confermiamo la nostra solidarietà ai terremotati d’Abruzzo e ci stringiamo attorno ai famigliari delle vittime del sisma, ai genitori dei giovani studenti uccisi. La loro lotta è la nostra lotta, perché il diritto alla sicurezza, alla vita è un diritto di tutti e non privilegio dei potenti.
Non siamo i soli e non siamo soli, uniti saremo più forti!
rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro
per contatti:
bastamortesullavoro@gmail.com
martedì 26 gennaio 2010
Calamità padronali
CALAMITA’ PADRONALI
l’Aquila, Messina, Haiti, Cile: “non sono le calamità naturali a uccidere”, confessano i media padronali, “ma la mano dell’uomo”. E con questa approssimazione dovremmo abituarci ad accettare gli orrori del sistema capitalistico come ineluttabili, come facessero parte della natura umana, come se fosse la natura a governare il sistema e non il contrario. Le vittime diventano colpevoli e complici al tempo stesso, da reprimere se si autorganizzano per far fronte in maniera autonoma a eventi disastrosi e delittuosi come queste calamità, che sono sempre meno naturali e sempre più padronali.
“E’ una città di cartapesta, che è andata tutta distrutta… Così si sbriciolano i palazzi dei poveri, dove è normale mettere una buona percentuale di sabbia nel cemento per risparmiare…Non sapremo mai quanta gente ha perso la vita in quelle baracche”. Così scrive Repubblica sul terremoto di Haiti. “Lasciatemelo dire, è andata bene. Il mattino del 6 aprile abbiamo pensato che i morti del terremoto potessero essere fra i 1500 e i 2000. Per fortuna invece, nonostante sia sempre doloroso, le vittime sono state 300”. Così parla Berlusconi a proposito del terremoto dell’Aquila, dove è lecito chiedersi il perché di tali aspettative da parte del premier e dei padroni che rappresenta.
Berlusconi sapeva, la protezione civile sapeva, la Regione sapeva, l’Adisu sapeva, anche la procura sapeva e il sindaco dell’Aquila, che presenziò alla riunione della Commissione Grandi Rischi del 31 marzo insieme a membri della protezione civile nazionale e locale, funzionari della Regione ecc. Quella commissione avrebbe dovuto approntare un immediato piano di evacuazione e mettere in allarme i cittadini invece di rassicurare, per bocca del prefetto, la popolazione che chiedeva sicurezza e denunciare il tecnico Giuliani per procurato allarme.
Ora il tecnico Giuliani è stato assolto, le sue indagini su una correlazione diretta tra accumulo di radon e terremoti ritenute attendibili. I cittadini e i famigliari delle vittime hanno denunciato la Commissione Grandi Rischi per mancato allarme, omicidio colposo plurimo e lesioni gravi.
Le inchieste sui crolli coinvolgono, naturalmente, anche progettisti e costruttori, molti dei quali ormai deceduti e i famigliari delle vittime dovranno accontentarsi di qualche capro espiatorio ancora in vita, perché è un intero sistema politico-affaristico da mettere alla sbarra, un intero sistema economico da processare. E un processo del genere non può avvenire attraverso la giustizia borghese, questa non può processare sé stessa. Le inchieste sul G8 e il business della ricostruzione all’Aquila, hanno soltanto mostrato una piccola crepa di questo sistema, quella “gelatinosa”, come la definiscono gli inquirenti.
Una rete di “rapporti corruttivi stabili” che si dirama tra massimi funzionari dello Stato, da Bertolaso a Balducci, gentiluomo di Sua Santità, a De Santis ecc., politici rampanti, iene “ridens” di ogni sorta, imprese con enormi poteri finanziari e criminali, fino a raggiungere la magistratura, fino alla Corte dei Conti. Un “cartello” degli appalti, una macina di soldi pubblici che conterebbe anche su appoggi all’interno della Guardia di Finanza e dei servizi segreti.
Questo è il vero volto di un sistema capitalistico che in nome del profitto agisce con ogni mezzo, “legale” o “illegale” che sia. Un sistema che mercifica tutto: la vita, la salute, la sicurezza, l’ambiente, la cultura.
Il recente tentativo di conversione della protezione civile italiana in s.p.a. è la normazione, emblematica, di quest’aberrazione. Ora chi ha preso denaro pubblico per costruire opere insicure, chi ha taciuto affinchè crollassero, senza farsi scrupolo delle possibili vittime, gode di promozioni e riconoscimenti e continua a prendere soldi pubblici per ricostruire. Il profitto, il business della ricostruzione è sempre stato il movente della guerra dei padroni. I mass-media parlano ancora di calamità naturali, ma si tratta di “terremoti di classe”, di calamità (alluvioni, terremoti ecc.) che provocano tanti più danni quanto maggiore è la povertà, lo sfruttamento degli uomini e dell’ambiente e la speculazione edilizia. La sicurezza si paga in soldoni, i poveri la pagano con la vita.
Questo è successo ad Haiti, a Messina e all’Aquila, dove chi voleva lasciare la casa dello studente perché fatiscente, non l’ha fatto per non perdere la borsa di studio, dove abbiamo visto gli aiuti trasformarsi in businnes e corruzione sulla pelle di terremotati sempre più poveri, i soccorsi in stato di assedio e di polizia, le tendopoli in lager, l'emergenza in dittatura e profitto per i padroni.
Parlano demagogicamente di sicurezza per scatenare la rabbia dei proletari italiani contro gli immigrati, del progetto C.A.S.E. come un vero miracolo della banda Berlusconi-Bertolaso, del modello “L’Aquila”, della protezione civile italiana come esempio per tutto il mondo.
Ma quale sicurezza? Ma quali miracoli berlusconiani?
Alla casa dello studente mancava un pilastro, mancavano le staffe, il calcestruzzo era di cattiva qualità, le colonne erano intrise di umidità, c’era un piano seminterrato abusivo, sull’ala distrutta gravava il peso di travi e pannelli solari che ne metteva a rischio la stabilità, non c’era una scala di emergenza e quella che c’era non era ben ancorata al resto dell’edificio ed è crollata, le crepe segnalate più volte dai ragazzi venivano ogni anno rattoppate senza alcun controllo di stabilità. Nessun adeguamento al rischio sismico, neanche durante la ristrutturazione, è stato eseguito, nonostante si sapesse che quell’edificio non era a norma, che quell’edificio sarebbe comunque crollato anche senza un terremoto. Il vero miracolo è che quell’edificio abbia retto fino al 6 aprile 2009!
Il progetto C.A.S.E., fiore all’occhiello dei padroni assoluti, dell’auto-premiata ditta Berlusconi & Bertolaso fa già acqua da tutte le parti: ci piove dentro, le tubature col gelo si spaccano e mancano le fogne, i liquami vengono riversati direttamente nei fiumi, fughe di gas e vie di ingresso sbarrate dal fango, bulloni, pensiline e altri componenti metallici spazzati via dal vento. Il vero miracolo è stato far arrivare un’ambulanza alla piastra 9 di Pagliare di Sassa! Il vero miracolo, per i fortunati che risiedono in quelle case, è trovare un tecnico del progetto C.A.S.E. che dalla Lombardia venga all’Aquila per risorvergli un problema!
Il vero miracolo è che il terremoto è avvenuto di notte e prima di pasqua, dopo essersi fatto sentire per 4 mesi, altrimenti avrebbe fatto molte più vittime tra studenti, impiegati e lavoratori pendolari!
Il vero miracolo è spiegare come è possibile che l’ospedale, la prefettura, i centri nevralgici della gestione dell’emergenza in un territorio ad alto rischio sismico siano potuti crollare!
Il vero miracolo sono i lavoratori immigrati che lavorano al progetto C.A.S.E.: sono ancora vivi, nonostante siano costretti a vivere in condizioni disumane, precarie e di supersfruttamento! Sono le lavoratrici che puliscono quelle C.A.S.E., lavorando 11-12 ore di seguito (a volte dalle 7 del mattino fino alle 2 di notte) senza acqua né luce per 5 euro l’ora!
Sono gli sfollati, il 70% dei quali non è stato beneficiato dal progetto C.A.S.E. e vive ora decimato tra gli alberghi (pagati profumatamente con soldi pubblici fino a luglio 2010), abitazioni dentro e fuori regione messe a disposizione da parenti o amici o nelle proprie case inagibili, mettendo a repentaglio la propria sicurezza perché non hanno i soldi per riparare le proprie case o per pagare un affitto. Sono, non dimentichiamolo, gli oltre 16.000 terremotati senza un lavoro, i 4.500 cassaintegrati dell’industria, gli 8.000 precari senza sussidio.
Il vero miracolo sono gli studenti invisibili dell’Università dell’Aquila, che continuano ad essere tali anche dopo il terremoto. “In 20.000 si sono iscritti quest’anno” dichiara il rettore, ma dove sono?
Sarebbe un miracolo spiegarlo, pochi avranno la “fortuna” di alloggiare nella nuova casa dello studente, costruita con soldi pubblici ma di proprietà della curia, come la nuova residenza del vescovo! Gli altri non sanno dove alloggiare, sperduti nei paesini a fare i pendolari o a casa propria i fuori sede.
Il vero miracolo è che questi studenti riescano ancora a studiare con profitto in queste condizioni!
Ma si sa, i miracoli li fa solo Dio e i suoi ministri e il neoministro in pectore Guido Bertolaso ha voluto sostenere i poveri e le donne di questa città, regalandone un altro bel pezzo alla curia per una nobile causa: costruirvi, sempre con denaro pubblico, il nuovo complesso religioso del frati minori con tanto di mensa dei poveri, convento, chiesa e alloggi per madri in difficoltà, tutti ovviamente a gestione ecclesiastica. Ma bisognava pur rimpinguare le povere casse del Vaticano! Altro che laicità, altro che mense popolari e case delle donne o dello studente, altro che beni comuni, altro che sicurezza, altro che miracolo italiano! A noi “comuni mortali”, di comune e di sicuro spetta solo la mortalità e la precarietà.
A padroni, mafiosi e vaticano vanno affari di miliardi del miracolo italiano!
Iscriviti a:
Post (Atom)